Archivio mensile:luglio 2014

Pesto di nocciole – ossia – Giocattoli nuovi in cucina

Ci avevo provato, io, a convincermi che no, per il mio compleanno quest’anno non sarebbe stato il caso di chiedere come regalo un (ennesimo) attrezzo da cucina. Un altro? Nei hai già cinquemila! mi sento dire dal Pitone domestico ogni volta in cui accenno alla possibilità di un nuovo acquisto, dalla mia prospettiva ovviamente indispensabile. Sì, perché, come sanno tutti coloro che non ‘cucinano’ solo scatolette di tonno e tortellini in busta, io lo so che quando devi preparare quella cosa, devi avere quell’attrezzo lì e non un altro, e non ti puoi arrangiare lavorando con la fantasia e con altri attrezzi. L’attrezzo giusto è, quindi, sempre necessario in una cucina degna di questo nome; anche se rimane inutilizzato per anni, la sua presenza nella dimora di un cuoco è ontologicamente pertinente, e la sua assenza, al rovescio, fonte temibile di scandalo e, in epoche di reti globali, foriera di pubblici ludibrii, dionescampi!  Ecco, io ci avevo provato a desiderare qualcosa di effimero, per cui non si deve fare posto in casa. Ma poi, com’è e come non è, i buoni (ma lo erano poi davvero?) propositi sono andati a farsi friggere. E il regalo caduco e immateriale alla fine ha preso le materialissime e solidissime forme di un mortaio in marmo di Carrara (!).

mortajoDel resto, questa è la stagione del pesto. E come avrei mai potuto presentarmi in rete agli appuntamenti culinari della stagione, senza manco uno straccio di mortaio di marmo? Avrei  forse dovuto fare i miei pesti in un frullatore “di metallo” (per citare una mia amica flautista, orripilata all’idea di suonare in duo con un flauto non di legno)? Ma questa, ma questa non è cosa! Affrontare la stagione del pesto senza mortaio di marmo sarebbe come presentarsi ad Ascot senza l’abito grigio da giorno, una cosa estremamente sconveniente, come andare a prendere le cozze in frac.  E cotesto giammai avrei voluto. Dunque mortaio fu.

Però, con un mortaio nuovo fiammante, mi pareva poi un peccato prepararci solo un “classico” pesto genovese. Non fraintendetemi. Il pesto genovese è salsa tutt’altro che noiosa, e tutt’altro che semplice da preparare bene col mortaio, non volendo accontentarsi di una trista accozzaglia  di ingredienti giusti. Purtuttavia, col mortaio volevo ‘battere’ una strada diversa. E, più realisticamente, tentare qualcosa di fattibile con gli ingredienti che ci avevo in cucina e sul balcone. Perché uno dice dice, ma alla fine anche anche i blogger ci hanno una vita e un lavoro, e non è sempre facile avere gli strumenti, le idee e allo stesso tempo anche i materiali per la loro realizzazione senza avere tanti pomeriggi liberi o senza la servitù. Tanto, comunque, è il principio del pesto che conta; la sua messa in opera può avvenire anche variandone gli ingredienti, purché con discernimento. Fatto un rapido controllo negli stipi della cucina, ho deciso che un pesto, sì, un pesto potevo farlo, ma sarebbe stato un Pesto di Nocciole.

Pesto di Nocciole al mortaio

Ingredienti (per una persona, poi vi racconto perché le dosi sono così ridotte)

  • 15 nocciole sgusciate (io ho usato quelle di Giffoni; usate quelle che volete, purché siano buone e saporite, visto che sono l’ingrediente principale del pesto);
  • 1/2 spicchio di aglio (se è aglio rosso di Sulmona è meglio, è più aromatico e molto meno intenso di quello bianco, e se lo userete ve ne saranno tutti grati);
  • una manciata di foglie di menta fresca;
  • una manciata di foglie di timo fresco (menta e timo li avrete entrambi sul balcone o in giardino. Se così non è correte ai ripari. Adesso!);
  • un cucchiaio di ricotta “freschissima”, come dice la somma Anna Gosetti della Salda;
  • un cucchiaio di parmigiano grattugiato;
  • un filo di olio extravergine di oliva;
  • sale quanto basta.

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Preparazione

Inizierete pestando in un mortaio di marmo le nocciole, aggiungendo pian piano le foglie di menta e di timo e infine l’aglio, sempre continuando a pestare. Otterrete alla fine una poltiglia sottilissima. Potreste farlo anche col frullatore “di metallo”, ma non è la stessa cosa. Se proprio proprio volete seguire questa via della perdizione, non sarò certo io a fermarvi. Vi dico allora che potrete mettere nel frullatore tutti gli ingredienti insieme, senza tanti complimenti e cerimonie. Se scegliete di fare le cose come si deve, seguirete il procedimento che vi descrivo qui di seguito. Non è necessario che sottolinei oltre quale delle due sia la strada che ritengo migliore.

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Amalgamerete il pesto con un cucchiaio di ricotta freschissima e con uno di parmigiano in un piccolo bacile di ceramica, rimestando con un cucchiaio per evitare che si formino grumi. imageAggiungerete poi un filo di olio extravergine d’oliva.

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Nel frattempo metterete a cuocere della pasta. Con l’acqua di cottura allungherete il pesto per renderlo più liquido e cremoso. Quando la pasta sarà al dente, la scolerete facendo attenzione a lasciarla umida, altrimenti vi ritroverete con un lamentevole monoblocco di maccheroni nel piatto (e questo vale per tutti i pesti, anche per quello genovese, quindi occhio!).

Mescolate e gustatevi pure la Pasta con pesto di Nocciole. Che è stato un felice esperimento. Sì, ciomp, mi faccio i complimenti da solo, ciomp. Perché, ciomp, la iunctura nocciola-aglio-menta-timo è divinamente, ciomp, grata al palato, che è, ciomp, il vero charme di un pesto che si rispetti.

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Dalle foto si vede che il Pitone domestico non ha goduto di questo piatto. Il maldipancia non gli ha concesso che un bel piatto di riso bollito con le carote. Ecco la ragione per la porzione unica che vi ho raccontato. Ecco la ragione dell’espressione non esattamente soddisfatta che le mani del Pitone tradiscono.

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Ciomp!

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«Io me sto a butta’ sur Medievale, t’ho detto tutto»

«Io me sto a butta’ sur Medievale, t’ho detto tutto». In una macchina troppo sportiva, troppo accessoriata, ad un Ivano e altri amici troppo annoiati (e tatuati e accessoriati), con queste parole Jessica suggella la fine della decadenza della gioventù coatta, in un famoso film di Verdone. Senza più idee, senza più passioni, senza più poter ormai épater chicchesia, a Jessica il Medioevo pare proprio l’ultima spiaggia su cui ‘buttarsi’ dopo averle provate tutte, ma proprio tutte, per un’emozione (ovviamente «da poco»), per un ennesimo brivido, purché nuovo, sapendo però che così si raggiunge davvero il limite, senza immaginare, da brava coatta, che forse poi al Medioevo magari un Rinascimento, per quanto minimo, potrebbe sempre fare seguito. Ma vabbe’.

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Il Medioevo come ultimo stadio della trasgressione (!). In un film di Verdone (!!!). Ah, le sorprese che si annidano nella cultura ‘pop’, che, quando vuole, sa raggiungere profondità dantesche!

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Ora, è vero che è estate, che è quasi la fine dell’anno accademico, e che ho già dato segni evidenti di squilibrio con le zucchine nella lavastoviglie; tuttavia, non sono arrivato allo stadio di Jessica & co., non ancora per lo meno. Alla fine, però, sur Medievale, me ce sto a butta’ pur’io.  Anzi, me ce so’ buttato nelle settimane scorse, quando, dopo aver riletto il sempre interessante Redon- Sabba-Serventi, A tavola nel Medioevo, con 150 ricette dalla Francia e dall’Italia (Roma-Bari, Laterza 1994), ho deciso di provare quella che mi è sembrata la ricetta più fattibile: la Diriola, una torta immancabile nei banchetti francesi e inglesi del Medioevo, ma la cui ricetta più affidabile conosciamo da un trattato italiano del Quattrocento: il Libro De Arte Coquinaria,Composto Per Lo Egregio Maestro Martino, Coquo Olim Del Reverendissimo Monsignor Camorlengo, Et Patriarcha De Aquileia.

La ricetta dala Diriola è questa:

«Conciarai la pasta in forma d’un pastello et impiela ben di farina che stia deritta cocendola in la padella tanto che sia un poco secca. Et facto questo cava fora la ditta farina, et  prendirai alcuni rosci d’ova, de lo lacte, del zuccaro, et de la cannella. Et facta di queste
cose una compositione la mettirai in la dicta pasta facendola cocere al modo de una torta, movendola tutta volta et volgendola spesso col cocchiaro. Et como tu vidi che incomincia a pigliarse sopragiogneli  un poca d’acqua rosata, et volta bene collo cocchiaro. Et quando
serà fornita di prendere, sera cotta. Et nota che non vole cocere  troppo et vole tremare como una ionchata».immagine medievale 01

Tutto chiaro, no?

Meno male che Redon-Sabban-Serventi forniscono un’interpretazione con ingredienti e quantità di questa ricetta, che, come tutti i ricettari storici, spiega i processi, ma mai le dosi. Una volta capito quello che ci vuole e come farlo, si noterà poi che la ricetta di Maestro Martino è di una chiarezza adamantina; bastava solo saperle prima, le cose.

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Diriola, torta medievale

ricetta

Ingredienti

Per la pasta brisée

  • 200 gr di farina;
  • 100 gr di burro (o di olio);
  • 1/2 tazza di acqua fredda (o anche acqua e vino bianco);
  • la buccia gratugiata di 1 limone;
  • un pizzico di sale.

Per il ripieno

  • 75 cl di latte fresco;
  • 6 rossi d’uovo;
  • 150 gr di zucchero;
  • 1 cucchiaio di cannella in polvere (macinata da voi, perché nel Medioevo quella in polvere non si vendeva mica);
  • acqua di rose (commestibile, non quella che si usa per la pulizia del viso).

Allora, la fregatura, come avrete visto, c’è sempre in questo blog, e arriva alla fine. Sì, l’ultimo ingrediente è l’acqua di rose commestibile. Non è impossibile trovarla, ma nemmeno facile. Nelle drogherie degne di questo nome troverete l’acqua di rose che alcuni usano al posto di quella di fiori d’arancio per la pastiera. Io avevo quella, ma non l’avevo con me dove e quando ho deciso di ‘buttarmi’ sulla Diriola, torta medievale (ma amici esperti mi hanno detto comunque di diffidare, perché trattasi di intruglio lamentevole). E allora cosa fece? voi tutti chiederete.

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La risposta è semplice: ho provato a farmela io l’acqua di rose. Ho chiamato tutti quanti sapessi avere rose in giardino cui non avessero fatto alcun trattamento. Pensavo che a fine giugno ormai nessuno avrebbe risposto al mio appello, per poi ritrovarmi invece sommerso di rose fresche e aulentissime come tra un po’ non si trovano manco in un quadro di Alma-Tadema.
Ho preso i petali dalle rose più profumate, li ho chiusi in un barattolo con dell’acqua, e li ho fatti cuocere così a bagnomaria per un’ora, filtrando poi il tutto una volta raffreddato. È proprio vero: nulla ferma il blogger che se sta a butta’ sur Medievale!

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Preparazione

Prearerete la pasta brisée , mescolando tutti gli ingredienti fino ad ottenere un impasto liscio e omogeneo, che avvolgerete in un panno o in pellicola trasparente, e riporrete in frigo (o, per i più medievali, in cantina, al fresco) per qualche ora (potrete farla anche dal giorno prima).imagePotrete usare anche l’olio al posto del burro. In questo caso è necessaria la buccia di limone, che io però uso anche quando uso il burro, poiché me ne sdrammatizza un po’ il gusto. Scegliete voi come più vi piace.

imageCon la brisée fodererete una teglia, accenderete il forno a 180° (il calore dovrà essere dolce, quindi ognuno si regolerà coi forni suoi), e quando sarà a temperatura infornerete, avendo cura di coprire la superficie della pasta con dei fagioli secchi, di modo che non si sollevi. Cuocerete per venti minuti circa.image

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Nel frattempo monterete i tuorli con lo zucchero, fino ad ottenere un composto spumoso (a questo scopo, io ho aggiunto anche un paio di albumi motati a neve), in cui incorporerete il latte, e da ultimo la cannella, facendo bene attenzione a non farlo smontare.

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imageVerserete il composto nella teglia con la brisée (da cui avrete eliminato i fagioli), infornerete sempre a 180° (vedi sopra) per un’ora.

imageSe la Diriola iniziasse a colorirsi troppo, la coprirete con un foglio di stagnola.

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Quando, come dice Maestro Martino, il ripieno si sarà rappreso come un budino (una «ionchata», lui scrive: una giuncata, o come si dice dalle mie parti, una «quagliata», cagliata di latte non ristretta, bianca e morbidissima), è segno che da Diriola è pronta. La sfornerete e la irrorerete ancora fumante con qualche cucchiaio di acqua di rose. Io alla fine l’ho un po’ ‘corretta’, aggiungendo all’acqua di rose qualche cucchiaino di rhum. Caramba!

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Questo è stato il risultato finale.

imageLa Diriola è buona, non troppo dolce, e aromatica. Ma, non so perché, il mio ripieno alla fine non aveva l’aspetto di «ionchata», sebbene all’estrarre la torta dal forno paresse di sì… Sarebbe stato meglio non aggiungere le chiare motate a neve…«ho sbagliato tante volte ormai, che lo so giààààà…».

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Comunque, alla fine è stato un successo. Anche grazie alla preziosissima assistenza di L. ❤ ❤ ❤

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Ciomp!

Ah, il Pitone domestico non c’era; della Diriola, torta medievale ha sentito progetti e racconti al telefono, scuotendo la testa come avrebbe fatto, immagino, di fronte alle follie coatte di Ivano e Jessica. E non ha assaggiato gnente, perché in giro c’erano pitoni più voraci di lui… 🙂

Ri-ciomp!

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