Archivio mensile:settembre 2014

Tarallo sopra la lontananza del Pitone dilettissimo

Il Pitone domestico è partito. Qualche giorno fa. Sono solo per un po’. Ho da lavorare. Tanto.  Alla fine vedrai, mi dico, il tempo passa in fretta. Alla fine quando sarà tornato  ti sembrerà partito ieri. Palle! Il cielo è grigio. Già a settembre. Non ho parole, ma neanche la forza di inveire dentro. È la pianura, bellezza, avrebbe detto qualcuno in bianco e nero. Sono alla  seconda caffettiera alle dieci. Qui è tutto in bianco e nero oggi. Senza il Pitone. IMG_1534 Fa freddo. Poi piove. Quasi quasi mi faccio uno shampoo, avrebbe cantato qualcun altro in bianco e nero. E dire che la testa ovattata ce l’avrei pure. Ma l’ho già fatto, lo shampoo. Che strana giornata. Passata davanti al computer. IMG_1538 È venuta la sera, lascio il mio scrittoio ed entro in cucina. Mi spoglio di quel blues quotidiano, pieno di inerzia, e,  rivestito condecentemente  di un grembiule nuovo, regalo di una cara amica, provo per qualche ora a sdimenticare gli affanni uggiosi dell’assenza. A farne qualcosa, a elaborarli nelle azioni di un dolce per la colazione di domani. Di un tarallo, un tarallo per provarci a cominciare, domani, in modo diverso da oggi.

Tarallo sopra la lontananza del Pitone dilettissimo

ricetta di consolazione

Mi piace continuare a chiamarlo così,  tarallo, quello che tutti chiamano ciambellone. Un po’ per snobberia crepuscolare, un po’ perché alla parola “tarallo” si associano significati birichini come non succede al termine da tinello buono “ciambellone”. Sì, con “tarallo” in Abruzzo or è molt’anni si indicava comunemente sia il ciambellone, sia il salvagente, sia, in modo pochissimo elegante, il deretano, con tutte le possibilità di variazioni del caso: dire a qualcuno «tie’ nu tarall’» significa[va] ammirare la sua molta fortuna; rivolgerlo a una signora è[ra] una sottolineatura grossier  che non è necessario vi spieghi. Capite bene che al semplice pensiero di avere una fetta di tarallo  per colazione il mondo potrebbe di nuovo sorridermi a colori. Anche senza il Pitone domestico  😦   Uffa!

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Ingredienti

  • 4 uova;
  • 350 gr di farina (io ho usato la 0 e la 2 perché avevo quelle. Non mi va di sottilizzare. Non per il tarallo!);
  • 250 gr di zucchero (di canna, ce l’avevo aperto);
  • 100 gr di olio extravergine d’oliva;
  • 8 cucchiai di latte fresco;
  • 1 bustina di cremor tartaro (per chi non lo sapesse è la versione pre-moderna del lievito per dolci);
  • mezzo cucchiaino di bicarbonato di sodio;
  • la buccia grattugiata di due limoni (non trattati, mi raccomando);
  • mezzo cucchiaio di cannella;
  • un po’ di liquori per dolci (avete solo da sbizzarrirvi);
  • cacao amaro a piacere.

IMG_1530 Preparazione Sbatterete bene le uova con lo zucchero, incorporando pian piano tutti gli altri ingredienti. Ungerete una teglia, la infarinerete e vi verserete il composto. Ne terrete un po’ da parte, e in questo po’ amalgamerete del cacao amaro, per poi versarlo sopra al precedente: così otterrete un bell’effetto marmorizzato, che è il vero charme di un tarallo come si deve. IMG_1532Ah dimenticavo di darvi un dettaglio fondamentale: il tarallo è  tarallo e non ciambellone, perché per farlo è importante NON avere la teglia adatta. Il buco si otterrà usando allo scopo un oggetto qualsiasi (in questo caso il fitro della caffettiera napoletana opportunamente unto e infarinato) cosicché il buco venga non proprio al centro. Se no che tarallo sarebbe? Intanto avrete preriscaldato il forno a 180°, e potrete infornare il tarallo per una mezz’ora/tre quarti (ma ognuno sa i forni suoi). Sfornerete e lascerete raffreddare per una notte prima di gustarvelo per provare a dare da subito il verso giusto alla vostra giornata. IMG_1533 Il Pitone domestico non c’è. Stavolta non devo manco proteggerlo col filo spinato, il tarallo: arriverà sano e salvo fino alla colazione di domani. image Ciomp! image Burp! image

Fiadoni a Gallipoli

Le vacanze del blogger possono essere insidiose. Per me era la prima volta: quella del 2014 è stata la mia prima estate da blogger, da food blogger. Non potevo immaginare che mi sarei trovato a fronteggiare dal vivo, letteralmente ‘senza rete’, affamati ed esigenti lettori. E sì perché uno pensa che averci il blog di cucina in fondo ti mette al riparo dalla prova assaggio. Chi ti legge mica le mangia le cose che cucini e fotografi, no? Le vede, le legge, ma non se le può downloadare. Se poi tu hai preparato una autentica schifezza ma di bell’aspetto non se ne accorge nessuno. Tranne il Pitone domestico, ovviamente, il quale è magnanimo e tace. Quindi, se il pandispagna sembra di polistirolo, la (il? boh?) felafel  è “nu matòne”, e il salmì un prodotto petrolchimico l’occhio potrebbe comunque avere la sua parte, e il blogger avere così salva la reputazione.

Ma

Ma il food blogger ci ha gli amici, e, soprattutto, le amiche. Raffinate, esigenti, esigentissime, gourmandes e affamate che leggono il blog e poi richiedono la performance dal vivo di quello che hanno letto e che le ha incuriosite. Potevo dire di no a M. che non vedevo da un anno? Potevo dire di no a M. che mi invitava nella sua casa di Gallipoli per qualche giorno di mare come si deve? Potevo dire di no a M. che mi invitava col preciso scopo di farle i due Fiadoni, quello dolce che vi avevo raccontato su questi schermi tempo fa, e quello salato di cui avevo solo accennato (mannaggia a me, mannaggia)? Certo che non potevo. E così addio alla protezione della rete: il food blogger sarebbe stato chiamato alla prova dei fatti.

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Fiadone dolce a Gallipoli

Che ansia!

Sì, che ansia, anche perché per fare i Fiadoni fuori dal loro habitat bisogna programmare tutto al millimetro. L’ingrediente principale del Fiadone dolce (il formaggio fresco senza sale) in Salento non si trova; a dire la verità nemmeno quello del Fiadone salato, il rigatino, caciotta semidura vaccina e ovina. M., l’amica lettrice, non si perde certo d’animo di fronte a queste bazzecole (che, diciamolo, hanno terrorizzato e quindi scoraggiato tutte voi già da un pezzo): commissiona ad un caseificio locale il formaggio fresco senza sale apposta per poter gustare il Fiadone dolce fatto sotto il suo tetto; nel frattempo io discendo nelle Puglie con borsa frigorifero rigatinomunita.

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Fiadone salato a Gallipoli

Comincia così la performance fiadonica sub utraque specie. La ricetta del Fiadone dolce l’avete già letta e la trovate qui, non la ripeto. Quella del Fiadone salato l’ho ripresa da questo ottimo sito, ma ho fatto qualche variante che ora vi racconto.

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Fiadone (salato) a Gallipoli: ricetta estrema

Ingredienti

Per la pasta:

  • 2 uova;
  • 150 gr. di farina 0 (la dose è indicativa; l’indicazione giusta sarebbe “quanta ne riceve”, l’impasto deve essere morbido ed elastico, ma non deve appiccicarsi alle mani, quindi, regolatevi);
  • 4 cucchiai d’olio extravergine d’oliva (o anche più se volete);
  • un pizzico di sale;
  • mezzo cucchiaino di bicarbonato di sodio.

Amalgamerete gli ingredienti fino a formare una pasta morbida ed elastica, come dicevo, che riporrete in frigo a riposare per qualche ora. Questa pasta è stata eseguita mirabilmente da M. mentre il blogger faceva la pennica pomeridiana nella sua stanza salentina dalla volta alta.

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Per il ripieno:

  • 400 gr. di formaggio rigatino grattugiato. Meglio grattugiarlo la sera prima e farlo asciugare all’aria. Io non l’ho fatto, e l’ho grattugiato il giorno stesso di ritorno dal mare. Col risultato che per farlo asciugare ho dovuto usare il phon cercando di non spargere  formaggio per tutta la cucina. Non nascondo che il limite tra il virtuosismo spinto e la scena fantozziana può essere davvero molto sottile;
  • 100 gr. di grana o parmigiano grattugiato (vabbe’, qui andiamo sul facile);
  • 8 o 9 uova intere (è un piatto leggero e estivo, no ve l’avevo detto?)
  • un cucchiaino di bicarbonato di sodio.

Mescolerete gli ingredienti fino a formare un composto cremoso ma senza grumi. Potrete aiutarvi con uno sbattitore eletttico.

Fodererete una teglia con la pasta, tenendone un po’ da parte. Nella teglia così foderata verserete la crema di formaggio e uova, guarnendola con le strisce di pasta avanzate (che avrete rifilato con il carratore, altrimenti chiamato tagliapasta).

Cuocerete in forno preriscaldato a 180° circa (ma ognuno sa i forni suoi) fino a che il Fiadone non sarà cresciuto formando una cupola e non avrà assunto un bel colorito dorato.

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Fiadone salato a Gallipoli

Detta così sembra un gioco da ragazzi. Quello che non sapete è che la cucina di M. è un luogo estremo. Di una bellezza travolgente: pieno di pentole e attrezzi di una volta, sembra di essere nella cucina di nonna Speranza, anzi, ci si è proprio nella cucina di nonna Speranza. Tutto risale ad almeno sessanta anni fa (almeno!), compreso il forno che data al 1946.

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Quello che non sapete è che mentre cercavo di preparare le due torte in contemporanea, in cucina c’erano tre bambini che guardavano i cartoni animati. E che uno faceva capricci per non mangiare la sua cena. Che la spianatoia su cui stendere la pasta era troppo dell’epoca di nonna Speranza, e, per non disturbare i suoi tarli a quella che sembrava una poco urbana controra, si è deciso all’improvviso di sgombrare una parte della cucina. Che volava farina dappertutto tra il vociare allegro dei bambini e della nonna F. che cercava di far mangiare loro la cena. Che è finito il gas della bombola proprio quando dovevo infornare la prima torta.  Che non si trovava il numero dell’omino delle bombole del gas (erano già le 19.30, ma questo a Gallipoli non è un problema, per fortuna). Che l’omino del gas ha portato la bombola con l’attacco sbagliato ed è dovuto tornare a prendere quella giusta e riportarla. E che il forno del 1946 ha solo due temperature: acceso e spento, e il Fiadone salato è delicatissima cosa per la cottura (ma il forno del ’46 ha cotto i due Fiadoni in modo impeccabile – quando penso al mio forno ‘tecnologico’ del 2008 che a volte mi fa disperare mi ci viene una rabbia!).

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Cucina estrema di nonna Speranza a Gallipoli

Fiadoni a Gallipoli: se il rafting vi ha stufato, se il parapendio non vi dà più i brividi usati, eccovi l’ultimo grido in fatto di sport estremi.

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Alla fine la performance dal vivo è avuto esito molto positivo: ho dovuto frenare M., la nonna F. e l’amica M. E. ché altrimenti R. (il papà) al ritorno non avrebbe trovato manco le molliche del Fiadone salato.

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Les Fiadons réunis (con liquori degli anni ’30 e maschera di Goldrake)

Anche quello dolce è stato un successo, ma questa storia ve l’ho già raccontata.

Ora sono un blogger navigato: cio ho i miei primi Fiadoni estremi a Gallipoli, ci ho. Mica pizza e fichi!

Ciomp!

Ah, il Pitone domestico non c’era, ha visto solo le foto e sentito i racconti (e ora leggerà il blog). Povero 😦