Sono liete, fortunate, (non) dolci, grate

A Regensburg sono arrivato la prima volta in marzo. Era il 1991, e io ero lì per l’ERASMUS. Il semestre invernale era finito da poco, quello estivo sarebbe iniziato solo in aprile; in giro c’erano pochi studenti, quasi tutti avevano approfittato della pausa per tornare dalle famiglie, o per concentrarsi nello studio a casa. Schengen era ancora lontana, e così le prime settimane sono passate tutte tra gli uffici dell’Università, gli uffici comunali per il permesso di soggiorno, che all’epoca richiedeva procedure un filo elaborate, gli uffici del servizio sanitario. Il tutto con l’ansia di non capire molto, cosa che puntualmente si verificava anche perché spesso mi parlavano in dialetto, con l’ansia di dover formulare domande di chiarimento all’impronta, magari con dietro una coda di Bavaresi impazienti, che è proprio un grande aiuto quando annaspi col cervello tra sintassi, casi, preposizioni e lessico, e con l’ansia di dover chiedere mille chiarimenti sui moduli da riempire, cosa che durava sempre molto, perché le parole del gergo giuridico non le sapevo e dovevo sempre ricorrere al vocabolarietto Langenscheidt, che odiavo consultare perché in genere ero sempre impicciato da cappotti in braccio (perché fuori era freddo ma dentro c’erano i Caraibi), zaini, formulari diversi, penne, documenti e chi più ne ha più ne metta, e dovevo aprirlo e cercare la parola con una sola mano e la matita in bocca. In lingua straniera si è più fantozziani che nella propria, sempre.

imageIn una di queste mattine di marzo tedesche e burocratiche a Regensburg, con Carla, la mia collega erasmiana, ci imbattiamo in una bancarella interessante, data l’ora. Erano circa le undici, e il signore dietro al banco, vestito con abito tradizionale, vendeva quelli che a entrambi parevano degli enormi biscotti della nonna. Con un solo anno di differenza, eravamo stati tutti e due  bambini nei ’70, e ricordavamo molto bene quei biscotti dal colore dorato a forma di catena, ricoperti di granella di zucchero. Abbiamo pensato di concederci una seconda colazione con un dolce d’antan, così, volante, spostandoci da un ufficio all’altro. E ci siamo divisi uno di questi biscottoni della nonna; uno solo in due, per non guastarci l’appetito per il pranzo (peraltro normalmente tremendo, nella locale mensa universitaria).

75146936Primo morso:  agghiacciante. Quello che a noi sembrava un biscotto ricoperto di granelli di zucchero era nient’altro che una Brezel, una specie di tarallone salato in superficie col sale grosso da accompagnare alla birra e ai Bratwürsteln. Siamo rimasti senza fiato dalla sorpresa di trovarci in bocca un gusto opposto a quello che atteso (cosa del resto molto frequente in quei giorni, specie nella mensa…), e siamo scoppiati a ridere, rischiando di finire sotto una macchina in una delle stradine del centro (oggi è un’isola stra-pedonale, ma nel 1991 tante cose erano diverse). Alla guida, a uno all’ora, c’era una signora bionda dal viso puntuto, che ci ha guardato malissimo (giustamente), strappando a Carla un sonoro “ce ssi’ bbrutta, signÒra!”, da allora espressione stabile del mio lessico familiare, e poi anche del Pitone (che si interronisce linguisticamente mica male…).

Superato lo shock del salato in luogo del dolce, la Brezel, poi, però, ci era piaciuta. Nei mesi successivi, non so Carla, ma io non perdevo occasione per mangiarne, in tutte le combinazioni possibili: Brezel con la birra, Brezel con i Bratwürsteln (rigorosamente con crauti e l’Händlmaier Senf), o Brezel calde con il burro spalmato sopra (questa è assai porcella, lo so).

imageQualche giorno fa, un blog che seguo sempre con grande piacere, Piatticoitacchi, ha postato la ricetta dei culurgiones sardi. Che mi tentava molto, ma qui, a Vienna, mi metteva un po’ in difficoltà: niente mattarello in casa, niente macchina tirasfoglia (figuriamoci!). Ammesso di riuscire a farli, i culurgiones, mi sarei trovato in ambasce poi anche con il pomodoro per il sugo… Insomma, qui la cucina austrotedescomitteleuropea mi si adatta di più all’ambiente, al mood, al panorama, all’arredamento. E allora ho provato il biscottone della nonna salato: le Brezel, appunto.

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Brezel

RICETTA

Ingredienti:

a) per l’impasto

  • 500 gr di farina 0;
  • 1 panetto di lievito di birra;
  • 1 cucchiaino da the di miele;
  • 10 grammi di sale fino;
  • 50 gr di burro a temperatura ambiente;
  • 250 ml circa di acqua appena tiepida;
  • sale grosso per la guarnitura.

b) per la soluzione alcalina. Sì, lo so, sembra una cosa da laboratorio chimico, ma non conosco una migliore traduzione per il termine Laugenbad (su internet ho trovato persino “lisciva”, vi lascio immaginare). Non spaventatevi, si tratta di acqua leggermente salata con del bicarbonato di sodio. Per quersto servono:

  • 1 litro e mezzo circa d’acqua;
  • una presa di sale grosso;
  • 50 grammi di bicarbonato di sodio.

 

Preparazione:

In un recipiente dalle sponde alte mescolerete bene il sale con la farina, e con questa formerete una fontana, al centro della quale sbriciolerete il panetto di lievito. Sul lievito verserete il cucchiaino di miele e un po’ dell’acqua, impastando velocemente fino a formare un composto liquido (attenzione: non con la farina, ma con lievito, acqua e miele; se poi vi ci scappa un po’ di farina non succede niente). Porrete il recipiente in un luogo caldo e tranquillo per una quindicina di minuti (il classico forno spento e precedentemente appena riscaldato) .

imageIl lievito col miele e l’acqua sarà a questo punto raddoppiato, e potrete procedere all’impasto con tutta la farina e con il burro molle a temperatura ambiente. Impasterete fino ad ottenere una massa omogenea e molto morbida. La riporrete di nuovo nel recipiente, e, coperta con un panno bagnato e strizzato, la rimetterete  nel forno spento e tiepido.

 

In circa una mezz’oretta la massa sarà più che raddoppiata. La impasterete di nuovo per alcuni minuti e la dividerete in tante pallotte come vedete in foto. Ognuna peserà 80/85 grammi, grammo più, grammo meno.

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imageCon le pallotte formerete dei cilindri irregolari: al centro rimarranno più spessi, e le estremità saranno più sottili. Queste verranno poi incrociate, o annodate , se preferite, comunque sempre riattaccate alla parte più spessa. Le lascerete riposare ancora per un quarto d’ora, dando loro il tempo di ricrescere ancora una volta.

 

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Nel frattempo avrete acceso il forno (statico) portandolo a 200°. Avrete pure preparato il bagno alcalino, portando ad ebollizione in una pentola l’acqua con la presa di sale. Quando l’acqua bollirà, allontanerete la pentola dal fuoco, e verserete con molta cautela e un poco alla volta  il bicarbonato. Al contatto col bicarbonato l’acqua inizierà subito a spumeggiare di vivace effervescenza, e, se non sarete accorte/i, il bagno alcalino ve lo farete voi, non le Brezel, quindi occhio!

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Calerete nel bagno alcalino le Brezel una ad una, spingendole verso il fondo con una schiumarola, lasciandole bollire per circa 30 secondi, dopo i quali le scolerete per bene (sempre con la schiumarola),  le porrete su una ramina (per i comuni non-Abruzzesi: una placca) che avrete avuto cura di coprire con carta forno, e le guarnirete da ultimo con del sale grosso (se preferite, potrete usare anche del sesamo, o del papavero, o quello che più vi aggrada). A questo punto le Brezel sono pronte per essere infornate.

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Le cuocerete per una mezz’ora circa, fino a quando non avranno assunto un bel colorito dorato, e risuleranno screziate di crepacci chiari, come si conviene alle Brezel.

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Ecco, le Brezel sono pronte, e sono da consumare ancora un filo calde, cosa che al Pitone non sarebbe affatto dispiaciuta, se fosse stato nei paraggi.

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Allora, se avessi voluto essere filologggico, avrei dovuto arrostirmi dei  Würsteln, accompagnandoli coi crauti,  Händlmaier Senf e birra. E invece il mio pranzo prevedeva asparagi locali (queli buonissimi del Marchfeld, appena fuori città) e, lo confesso, una burrata pugliese. Sì, la burrata a Vienna. Ci avevo solo quella in casa ed era domenica, niente filologggia quindi.

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Ancora un pranzo domenicale senza il Pitone. Con me c’erano però tante Brezel, che hanno forma di catene… Sono liete, fortunate, dolci, grate le catene d’un fido amor!

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Ciomp!

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16 pensieri su “Sono liete, fortunate, (non) dolci, grate

  1. Ma i Brezeln con la burrata devono essere buonissimi, che importa la filologia 🙂 ? Una curiosità (che non mi sono mai spiegato) è il fatto che li vendono sempre all’uscita dei teatri e dei concerti!

    1. La filologia serve per capire che burrata e Brezel vengono da tradizioni diverse, che il filologo scientemente combina, spiegando però il tutto nell’apparato critico. 😀 questa cosa della vendita fuori dai teatri e dai concerti non la sapevo. Adesso ci farò molta attenzione, non vorrei mai perdere l’occasione di una bella Brezel. Grazie B! V.

  2. …mi chiedo se assomiglino ai bagel ebraici…sono di consistenza morbido/gnucca? la burrata viennese sembra meglio della burrata londinese. senti vincenzo, ma si trova anche ricotta decente li? qui orrida, tanto che quando necessito di prodotto buono mi devo fare io, se non lazzarone, in casa un simil ricotta/formaggio fresco.. ma du palle a volte…+ inoltre post utilissimo per ampliare vocabolario abruzzese: RAMINA… 🙂 / stefano

    1. Ciao, Stefano! Non ho grande esperienza di bagels (gli unici che ho mangiato sono stati tirati fuori da un sacchetto di cellophane del supermercato e scaldati al forno, in America, a casa di amici…) ma credo di sì, la consistenza delle Brezel è morbido/gnucca (più morbido che gnucca però). La ricotta qui a Vienna è la replica di quella di Londra, temo. Almeno, io finora ho visto sono quella, e mi sono guardato dal comprarla. Sono quattro mesi che non ne mangio, e non vedo l’ora di farlo (giusto ieri sera lo dicevo al Pitone). In Italia del Nord a cercarla bene della ricotta buona si trova, ma bisogna conoscere. Io ho provato a farla in casa, e la prima volta ho avuto un successone. Solo la prima volta però. Sig! Alla prossima, Vincenzo

    2. a Londra in alcuni supermercati “bio” ed in alcuni Waitrose si trova la ricotta della marca Brescia – che fra quelle industriali e quella migliore… certo non come quella delle fattorie o fatta a casa, ma se uno e’ di corsa puo’ andare.
      Dall’amica di Vincenzo orgogliosa proprietaria della maschera di Goldrake!

  3. Vince’: in Italia la ricotta non si fa dai!, .. la si compra 🙂 …… dove…fino a che c’e’ Esselunga/Coop/una qualche Baita del Formaggio… c’e’ speranza direi
    (ovviamente niente batte ricotta tiepida appena fatta, ma li’ bisogna conoscere il pastore e averlo come vicino di casa) + se per divertimento quando torni vuoi riprovare a fare ricotta fai fischio che ti mando versioni collaudate e ” che vengono” / set

    1. …è che mi piace fare il difficile. Comunque io la ricotta la rifaccio di sicuro, l’anno scorso ho comprato le fuscelle di vimini fatte da un artigiano della Majella, devo solo trovare il tempo, e poi ti faccio un fischio. Buona serata, V.

  4. Caro Vincenzo, facendo su google una ricerca di ricette abruzzesi ho scoperto il tuo blog e mi piace molto la cucina che proponi, così diversa da quella dei “soliti” food blog.

    Anch’io ho dei trascorsi di Erasmus in Germania e i Bretzel sono indivisibili dai ricordi di quei tempi! Ogni volta che passo per territorio germanico ne porto a casa due-tre nel tipico sacchetto di carta da pacco. Avevo sempre sognato di poterli fare da me, ma credevo che avrebbero necessitato di ingredienti particolari e sarebbero stati laboriosi, invece la tua ricetta è chiara e sembra replicabile, la proverò alla prima occasione.
    Inoltre i tuoi Bretzel hanno un aspetto ancora migliore di quelli della Backerei!
    Volevo chiederti la provenienza della ricetta: è una tua elaborazione o una ricetta di famiglia di qualche amico viennese?

    1. Ciao, Paola, grazie per le tue belle parole sul mio blog. Eh sì, l’Erasmus è stata un’esperienza fondamentale sotto tanti punti di vista. Allora, la ricetta delle Bretzel è di sicuro una variante, ma non sono sicuro di poterla definire viennese. Come al solito, ho letto alcune ricette su libri e blog, ho chiesto ad amici e colleghi a Vienna (che non erano tutti di lì), e poi ho fatto un po’ di testa mia. Forse proprio per questo è una tipica ricetta Erasmus. Grazie ancora per la visita, Vincenzo

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