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Inverno: torta d’addio

L’inverno è finito. Non fa più freddo. Piove. Uffa! Che mi metto? Uffa! Di queste mezze stagioni, diciamocelo, uno non sa che farsene. Mi sento a metà di un guado stagionale che mi sembra ormai una condizione perenne, assoluta. Uffa! Non è il caso di accendere il camino, e lanciarsi in cucine affocate e primitive, come farei in un febbraio da calendario illustrato. Ma neanche di arrendersi a questo clima di indecisione generale. Sono le sei del pomeriggio. Sono ad un passo dalla cena, ma non è ancora ora di pensarci. Mi sento di nuovo in mezzo ad un guado esistenziale. Uffa! E poi mi aggiro nella cucina, spoglia come gli alberi nel giardino che ho davanti alle finestre. Uffa! Decido di scrollarmi da questa atmosfera da Nausea di Sartre. Il triste frigo, per fortuna, serba ancora per me qualche mistero: due (dico, DUE) uova; la solitaria fruttiera anche: una (!) mela. Dalla credenza mi sorride una bottiglia quasi vuota di vino rosso. Faccio un altro rapido controllo negli stipi. Qualcosa si può inventare per rallegrare se non la cena di stasera (alle sei è ormai troppo tardi per quello che ho in mente) almeno la colazione di domani. Nasce così la mia torta di addio all’inverno, ossia, la Torta alla Mela (non posso usare il plurale, ne ho solo una).

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 Torta alla Mela

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Ingredienti

  • 1 mela di circa 200 gr.;
  • 200 gr. di farina (avevo solo la “0” e ho usato quella; voi userete quella che avete in casa: è una torta di emergenza, non è il caso di sottilizzare);
  • 150 gr. di zucchero di canna grezzo (come sopra);
  • 2 uova;
  • 1 bustina di cremor tartaro (che conviene sempre avere in casa. Se non l’avete usate il lievito per dolci. Abbiatecelo, però, il cremor tartaro, lo trovate nei negozi biologici senza problemi);
  • 1/2 bicchiere di vino rosso;
  • la buccia grattugiata di 1 limone;
  • 1 cucchiaino da the di cannella macinata.

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Preparazione

Tagliate la mela a fettine, e irroratele col succo di un limone, di cui avrete grattugiato e tenuto da parte a buccia. Separate i tuorli delle uova dagli albumi. Unite i tuorli allo zucchero e al vino rosso, e sbattete il tutto fino ad ottenere un composto chiaro e spumoso. Unite la farina a pioggia, il lievito (sciolto in un goccio di latte), il limone, la cannella e amalgamate mescolando dal basso verso l’alto, fino ad ottenere un composto omogeneo. Qualora l’impasto risulti troppo resistente alla lavorazione,  lo ammorbidirete con qualche cucchiaio di vino rosso.

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Montate a neve gli albumi, e incorporateli all’impasto, lavorando col cucchiaio di legno sempre dal basso verso l’alto. Una volta ottenuto un composto omogeneo e molto spumoso, versatelo in una teglia precedentemente unta e infarinata, e poi disponetevi sopra le fettine di mela scolate del succo di limone.

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Io, come vedete nella foto, non ho fatto proprio così, ma ho mescolato la mela all’impasto, conservandone alcune fette per la decorazione. Non è stata una buona idea: l’impasto era così leggero e spumoso che le mele sono precipitate sul fondo. Niente di male, la Torta alla Mela è buona comunque; la soluzione che vi consiglio evita però questo inconveniente.

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Infornate a forno già caldo (180°, ma ognuno sa i forni suoi) fino a quando la Torta alla Mela non prende un bel colore bronzeo. Sfornate e lasciate raffreddare per diverse ore prima di gustarla.

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Non ho dovuto assumere misure cautelative contro gli assalti del Pitone domestico. Non era necessario, il Pitone non c’era.

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E lo charme di questa Torta alla Mela è anche mangiarsela da soli a colazione, per rinfrancarsi in giorni di guado esistenziale e di frigoriferi tristi come una poesia di Sergio Corazzini. Tanto poi il Pitone torna, e la Torta alla Mela è lì felice che lo aspetta… ❤ ❤ ❤

Ciomp!

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È nata in mezzo al mare una scarola

È domenica, il Pitone domestico non c’è, e io mi sento un po’ «solo, perduto e abbandonato».  Così, però, non vado da nessuna parte, e la giornata è lunga. C’è persino il sole, c’è. Quindi, inizio a guardare i lati positivi della faccenda. Che ci sono. Il Pitone domestico, infatti, fa la dieta, non mangia i carboidrati. Visto che sono solo, allora, non mi perdo né mi abbandono, ma mi do alla pazza gioia gastronomica coi cibi proibiti. E terroni, giacché ci sto. Metto il cd de La gatta Cenerentola  col volume a palla, e mi scateno:  «E’ nata mmiez’ ‘o mare ‘na scarola»
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La ricetta del giorno è la (terronissima) Pizza di Scarola

Pizza di Scarola

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Ingredienti (per 4 persone)

Per la pasta:

  • 500 gr. di farina 0 (o di quella che usate normalmente per la pizza);
  • 1 cubetto di lievito di birra (si può usare la pasta madre, come faccio in genere io, e come vedrete nelle foto, ma poi mi dite che faccio le ricette troppo difficili, e io sono mooooolto sensibile alle critiche, quindi…);
  • 3 cucchiai di olio extravergine di oliva (io non me metto “adirittura”, si direbbe dalle mie parti; faccio una pasta come per la pizza, ma se volete mettetene anche di più di 3 cucchiai, non guasta certo)
  • sale quanto vi piace (state accorti, il ripieno è saporito, non esagerate, perché potreste pentirvene, passando tutto il giorno, o, peggio, la notte a bere).

Per il ripieno:

  • 2 bei cespi di scarola;
  • 4 spicchi di aglio estiti OPPURE mezza cipolla rossa. E qui veniamo al passo difficile. Gli amici più terroni di me si sentiranno mancare nel vedere menzionata la cipolla, rimproverandomi che nella ricetta tradizionale della Pizza di Scarola ci va solo l’aglio e non la cipolla. Che dire? Con le mie due nonne, una marchigiana, l’altra abruzzese, sono cresciuto in mezzo a due culture culinarie diverse, quella dell’aglio (abruzzese) e quella della cipolla (marchigiana, pure col pesce!!!), e non so davvero decidermi tra le due. Perciò, siccome variatio delectat, vi descrivo qui le due varianti, anzi, una sola, quella con la cipolla;
  • 6 di alici salate;
  • 1 manciata di uva passa (se ce l’avete, la passolina siciliana è l’ideale, ma va bene anche l’uva passa che trovate al supermercato. Non commento, sennò poi già lo so  cosa dite; mi limito a fare un sospiro di rassegnazione);
  • 1 manciata di pinoli;
  • olive schiacciate e condite (quantità a piacere vostro, io stavolta non ne ho messe);
  • capperi  (idem);

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Preparazione

Preparate la pasta per la pizza, e fatela lievitare finché raddoppia il suo volume. Una volta pronta, stendetene una parte in una teglia (che avrete unto e infarinato), tenendo l’altra (parimenti stesa) per la copertura. A me piace stenderla una sola volta, in forma tonda, ribaltandone un lembo sull’altro, così la mia Pizza di Scarola diventa di fatto un Calzone di Scarola. È una possibilità che mi fa risparmiare tempo. Se vi piace…

Mettete la passolina a bagno nell’acqua calda con del vino per farla ammorbidire; a suo tempo la scolerete prima di usarla. Lavate la scarola, lessatela in acqua salata, ma senza farla stracuocere; basterà che si rialzi il bollore, e dopo pochi minuti potete scolarla.  Tritate finemente la cipolla (l’aglio lo lascerete vestito e intero, solo lo schiaccerete), e fatela appassire in una pentola nell’olio a fuoco molto dolce.

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Dopo aver diliscato le alici, e averle sciacquate sotto l’acqua corrente, le farete disfare nella cipolla, sfumando, se volete, con del vino bianco.

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Completato questo passo, alzate la fiamma, mettete la scarola nel soffritto, e fatela insaporire aggiungendo tutti gli altri ingredienti (compresa la la passolina ammorbidita e scolata). Aggiustate di sale. In genere non serve, ché alici e capperi sono già salati, ma fate voi.

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Ungete il fondo della pasta con olio, e metteteci dentro la scarola. Chiudete con la pasta restante (o ricoprite a mo’ di calzone), praticate dei buchi.

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Ungete la superficie con altro olio, che è il vero charme della cucina terrona.

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Cuocete a forno caldo (circa 200°, ma, come dico sempre, ognuno sa i forni suoi), e sfornate quando la Pizza di scarola avrà preso un bel colorito dorato.

20140113_123917252_iOSLo so, l’aspetto è ruspante, molto ruspante. Del resto lo sapete che a me certa cucina piace rough… 😉

«E un e ruje e ttre e quattre…» Nel frattempo La gatta Cenerentola è arrivata al rosario. Può iniziare il baccanale terrone col carboidrato.

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E che il Pitone domestico  faccia pure la sua dieta, altro che «solo, perduto e abbandonato»! Buona domenica! Ciomp!

Leggerezze dopo le feste: la Panissa

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Su consiglio di un’amica saggia, qualche anno fa ho comprato la mia prima enciclopedia di cucina: Le ricette regionali italiane di Anna Gosetti della Salda. All’inizio ero piuttosto scettico. Sebbene all’amica di cui sopra non l’avessi detto, pensavo che in fondo mi sarei trovato tra le mani la solita infilata di beccafichi, matriciane, carbonare, ribollite ecc., insomma un’accozzaglia di ricette da salotto imprecise e poco specifiche ad uso di wanna be Serbelloni Mazzanti che in cucina poi non ci avrebbero messo mai piede.

Foto 05-01-14 14 23 13Per prima cosa, dunque, ho controllato le ricette abruzzesi, quelle che conoscevo meglio per esperienza diretta. Subito ho scoperto che il mio pregiudizio era molto sbagliato. Anna Gosetti della Salda aveva fatto ricerche puntuali, e la cucina regionale nel suo libro è spiegata non solo per minuto, ma con tanto di note sulle molte varianti che la caratterizzano. Come dire, da filologo, ho apprezzato la filologia in cucina.

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Non fraintendetemi, la filologia, lo diceva un mio professore, vuol dire innanzitutto intelligenza. In cucina come in tutte le discipline, la filologia non ci costringe a ripetere tutto sempre allo stesso modo, ma ci dà tutte le informazioni per farci capire, e quindi farci scegliere e creare con discernimento. Che è il vero charme di una cucina (e di una filologia) interessante.

Per il post festum 2014, per rilassarmi dagli eccessi gastronomici, ho scelto una ricetta leggera da Le ricette regionali italiane: la Panissa, ossia la polenta di ceci, che Anna Gosetti della Salda classifica come ricetta ligure.

Panissa (polenta di ceci)

Ricetta

 Ingedienti (per 3 o 4 persone; se è un piatto unico può bastare per 2)

  • 250 grammi di farina di ceci;
  • 1,5-2 litri di acqua;
  • 1 cipolla fresca (meglio rossa; se non l’avete rossa, o non l’avete fresca o tutte e due, non disperatevi: usate quella che ci avete e basta);
  • olio extravergine d’oliva, sale, pepe, un limone, rosmarino fresco.

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Preparazione

Scaldate l’acqua in una pentola capiente; quando è tiepida, spegnete il fuoco. Ponete la farina di ceci in una terrina, e amalgamatela con l’acqua tiepida, aiutandovi con una frusta. Aggiungete l’acqua a poco a poco, facendo bene attenzione a non formare grumi. State davvero attenti, perché la farina di ceci (come quella di castagne) è campionessa mondiale di grumi irreversibili. Quindi, vi avverto: o li evitate ora, o mai più.

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Quando avrete aggiunto tutta l’acqua, avrete ottenuto un composto molto liquido e omogeneo. Aggiustate di sale, e versate il tutto nella pentola in cui avete fatto scaldare l’acqua, e ponetela sul fuoco basso e, mescolando continuamente, portate a bollore. Cuocete per 1 ora circa sempre mescolando: la panissa inizierà lentamente ad addensarsi, e sarà pronta quando inizierà a staccarsi dalle pareti della pentola.

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Già vi sento che sbuffate. Che cosa volete che vi dica, la panissa, come tutta la buona cucina, richiede molta pazienza, o, in mancanza, un buon elettrodomestico che cuocia e rimesti. Sono stato molto tentato da questa seconda possibilità, non crediate. Ma, alla fine, non ho mai voluto comprarne uno. Cucinare mi aiuta a mettere ordine nei pensieri, e ad elaborarne di nuovi. Se usassi un elettrodomestico per le preparazioni più laboriose, non avrei gli effetti desiderati. E, cosa non secondaria, non potrei far pesare all’universo mondo che usa gli elettrodomestici di essere una massa di lazzarone/i sfaticate/i.

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Una volta pronta, versate la panissa nei piatti. Conditela con del buon olio extravergine d’oliva, un filo di succo di limone, del pepe macinato (al momento), delle foglie di rosmarino fresco, e delle fettine di cipolla tagliate sottili, e che il pranzo abbia inizio.

Pitone domestico che ha gradito la Panissa
Il Pitone domestico ha gradito la Panissa

Nota. A me le cipolle fresche piacciono assai, ma, come dicono a Roma, mi si aripropongono. Per evitare di conversare con loro per l’intera giornata, e a volte anche oltre, immergo le fettine di cipolla per qualche secondo nell’aceto di mele. Poi le asciugo e le uso. Mi fu consigliato di fare così nella trattoria La Crepa, uno dei miei ristoranti preferiti, dove, per parafrasare le Nozze di Figaro, fanno sempre tutto bene ciò che fanno. E funziona davvero, sappiatelo!

È stato necessario qualche aggiustamento nelle dosi della Gosetti della Salda. Per 250 grammi di farina di ceci lei consiglia di usare 1 litro d’acqua, ma, secondo me è poco, e bisogna aumentarne la quantità fino almeno a 1,5, se non a 2 litri… quandoque bonus dormitat Homerus.

Cima, Scema e Massaciglia: tre pizze, anzi, una

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Non so più quante volte ho chiesto a mia nonna di farmi la pizza di massaciglia (o pizza cima, o pizza scema). La risposta era sempre la stessa: come ti viene in mente? (Ovviamente lei lo diceva in dialetto: «Agnà te vé ‘mmend?») Non le è mai piaciuto cucinare. Mia nonna ai fornelli faceva tutto bene, ma non era la sua passione. Primogenita di quattro figli, aveva dovuto attendere quattro anni l’arrivo del fratello, che ci avrebbe messo un po’ prima di essere abile al lavoro. A lei, quindi, toccò imparare a lavorare la terra invece di essere cresciuta come una brava massaia. Ancora adesso, con la memoria un poco appannata dai suoi 98 anni, la terra è sempre il suo primo pensiero, e se dimentica per qualche attimo il mio nome o quello di mia cugina o di sua figlia, non dimentica mai di chiedere a suo tempo della vendemmia, della raccolta delle olive o della potatura.

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Sebbene abbia trascorso in campagna molte delle mie estati fino oltre l’inizio della scuola, e in un ambiente non troppo diverso da quello della Figlia di Iorio (e non è una balla!), io la pizza di massaciglia non l’avevo mai né vista né tantomeno assaggiata.

Era stato mio padre a parlarmene, della pizza di massaciglia, quasi per caso, in uno dei suoi tanti racconti di cui sono sempre stato avido sulla sua vita in campagna da bambino e da ragazzo. La pizza di massaciglia, mi diceva, era una pizza non lievitata, cotta nel camino sotto il “coppo” (poi vi spiego, un po’ di pazienza), con cui si faceva colazione la mattina prestissimo, prima di andare a lavorare nei campi.

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Adesso non ricordo quanti anni avessi all’epoca di questo racconto, ma ricordo di essermi sentito privato di qualcosa di speciale, qualcosa che nessuno intorno a me faceva più. In verità questo non era vero. Anni dopo avrei scoperto che solo a casa mia nessuno faceva più la pizza di massaciglia, mentre questa tradizione continuava ad essere coltivata, anche se non ci si alzava più ad ore antelucane e non si andava nei campi. La facevano, anzi, in molti, anche in case di parenti a noi molto vicini, e ancora oggi non mi spiego come io non l’abbia mai mangiata, neanche per caso, fino a tempi recentissimi. Insomma, mi sono sentito come ad un passo dall’arca perduta, e volevo a tutti i costi arrivare a scoprirla. La nonna, però, alle mie richieste rispondeva sempre e solo «no»: è famosa per le sue argomentazioni doviziose.

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Alla fine poi la pizza di massaciglia l’ho fatta. Negli ultimi anni, chiedendo in giro, carpendo mezze parole da prozie carissime e renitenti alle spiegazioni (mia nonna non fa certo eccezione nell’ambiente), ho trovato la ricetta. E oggi vi spiego come si fa la pizza cima, pizza scema o pizza di massaciglia.

Si chiama pizza scema o pizza cima (sua derivazione) perché è una pizza azzima, senza lievito. Potrebbe essere un portato della cucina ebraica in Abruzzo, ma di questo so poco e vi rimando a pagine dove potrete trovare informazioni a riguardo. Più difficile capire perché si chiami ‘di massaciglia’. Forse la parola indica un impasto che resta compatto perché non lievitato, chissà.

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A casa mia, ad ogni modo, si chiama così. Anzi, si chiama «pizz’ de mmassacije», e vi pregherei di chiamarla anche voi così, piuttosto che con l’italianizzazione correttina «pizza di massaciglia». Funziona molto meglio. Converrete, del resto, che dire a qualcuno «i mortacci tuoi!» non è proprio lo stesso che urlargli un sonoro «li mortacci tua!», no?

Nota: dalle mie parti la parola «pizza» indica qualsiasi cosa di forma tonda più larga che alta. Indica la pizza propriamente detta, ma anche altre preparazioni che con questa condividono solo la forma, seppure, come, per esempio, la «pizza dolce», id est torta di pandispagna con crema pasticcera, sappiatelo.

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Pizz’ de mmassacije (o cima o scema)

Ricetta

Ingredienti:

  • 1 Kg di farina. Va bene di cereali di qualsiasi tipo (farro, integrale, miscele fantasiose e così via), ma è meglio non usare la 00. Io uso di preferenza farina di grano duro, ma non è semplice da trovare fuori dall’Abruzzo. Anch’io stavolta ne ho fatto le spese di questa situazione incresciosa per la buona cucina, e ho dovuto usare una farina di ripiego, una semola fine di grano duro. Non c’è niente di sbagliato, ma la consistenza troppo sabbiosa di questa macinatura ha richiesto un aggiustamento degli altri ingredienti.
  • 1 bicchiere di olio extravergine d’oliva;
  • 2 bicchieri di vino (bianco o rosso, non fa troppa differenza; io preferisco usare il rosso);
  • ½ bicchiere d’acqua;
  • sale a piacere.
  • Secondo la versione della nonna e di una mia prozia non si usa il vino, ma solo l’acqua; secondo quella di un’altra prozia e di sua figlia il vino si usa. La pizza viene ugualmente buona anche senza, ma ha una consistenza e un sapore diversi. Scegliete pure la versione che preferite, io preferisco quella col vino.

Preparazione

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Fate una fontana con la farina, e amalgamate lentamente con l’olio, il vino, l’acqua (o solo l’acqua nel caso della seconda versione) e il sale fino a ottenere un impasto morbido e omogeneo. Se vedete che è troppo secco aggiungete un po’ dei tre liquidi, osservando sempre le proporzioni indicate.

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Con l’impasto formate una palla, avvolgetela nella pellicola trasparente o, se siete in vena di raffinatezze da libro di cucina di una volta, in uno strofinaccio. Se scegliete questa opzione, assicuratevi che lo strofinaccio sia stato tessuto a mano, e sia di lino prodotto artigianalmente. Se così non fosse, lasciate perdere, e usate la pellicola, tanto non sareste filologici comunque.

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Una volta compiuta questa operazione, fate riposare l’impasto per una mezz’ora in luogo fresco e tranquillo. Nel frattempo ungete una teglia da forno e infarinatela. Una volta pronto, togliete l’impasto all’involucro, ponetelo nella teglia (o nelle teglie, dipende da quanto è grande la teglia che usate e se cuocete in più riprese), e stendetelo con le mani formando una pizza di massimo 1 centimetro. Sulla superficie traccerete dei solchi a scacchiera: ogni quadrato (o rombo) dovrà misurare circa 3 centimetri per lato; in ogni quadrato praticherete poi dei fori con una forchetta.

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La ricetta originale prevede la cottura nel camino sotto la cenere (vedi sotto), ma bisogna essere esperti e averci il camino e il “coppo”, perciò se non li avete, usate pure il forno. Cuocete a forno caldo (circa 180°/200° o più, ognuno sa i forni suoi) fino a che la pizza non avrà un bel colore dorato (possono occorrere dalla mezz’ora in su, dipende dal forno). Sfornate, estraete la pizza, e che la festa cominci. Questa pizza è particolarmente adatta ai golosi ansiosi, i cosiddetti ‘pitoni’ che dimorano in ogni casa e che impazziscono all’idea di dover aspettare per gustare le prelibatezze che escono dal forno, loro le ingoierebbero volentieri intere così come sono. Questa pizza mette d’accordo tutti, perché è buona in tutti i modi, bollente, calda o fredda.

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Per la cottura sotto il coppo è necessario aver acceso il fuoco da alcune ore perché la temperatura del camino sia molto calda, e perché ci sia sempre tanta brace a disposizione (per i non abruzzesi: il coppo è un coperchio di ferro di forma circolare e con le sponde alte. Si usa per cuocere vivande nel camino, ponendovi sotto i cibi in una teglia – o anche senza, vedi sotto – ricoprendolo poi di cenere e brace). Prima di preparare l’impasto, scalderete il luogo della cottura ponendo della brace viva sul pavimento della parte del camino in cui metterete la teglia col coppo (se avete un camino di mattoni la teglia non è indispensabile, e adagerete la pizza direttamente sul pavimento del camino; altro che Figlia di Iorio qui!).

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Una volta pronti con l’impasto allontanerete la brace, metterete la teglia nel camino, ponendovi sopra il coppo, circondandolo e coprendolo di cenere e brace (fate attenzione però a non esagerare, altrimenti la pizza, che è sottile, brucerà).

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Il tempo di cottura è circa 40/50 minuti (dipende dal calore del camino).

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Ecco, la pizze’ de mmassacije è pronta!

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Come vi dicevo, nella mia famiglia la pizz’ de mmassacije veniva mangiata a colazione, prima che i miei nonni si recassero nei campi.

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Si accompagnava in genere ai peperoni arrosto, che sono il vero charme delle colazioni raffinate… Io l’ho usata per il pranzo di Natale e quello di san Silvestro, accompagnandola alle più diverse pietanze (anche ai peperoni arrosto), sempre con grande successo (sono modesto, lo sapete).

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I giorni dell’ozio

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I giorni tra Natale, Capodanno e l’Epifania non hanno un nome, solo dei numeri. 27, 28, 29 e così via. È un retaggio di quando andavo a scuola, di quando cioè quei giorni erano un tempo sospeso, giorni liberati dalla loro funzione: non più lunedì, martedì, mercoledì, ma, al loro posto, una protratta domenica. Una domenica ‘feriale’, però, quando i riflettori delle feste comandate restavano spenti, e ci si poteva dedicare con scienza e diletto all’ozio.

Io questi giorni continuo a viverli così, non sapendo mai in che punto della settimana mi trovo, e vivendoli come una domenica feriale anche quando devo lavorare, quando il lavoro mi pare anch’esso un ozio. In questi giorni mi viene sempre voglia di tornare in cucina. Come se nei giorni della Viglia, Natale e Santo Stefano avessi tenuto un regime di dieta forzata… L’ozio, è famoso, è padre dei vizi. Per fortuna!

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Quest’anno il vizio ha preso forma delle SCORZE D’ARANCIA CANDITE. La ricetta non è un patrimonio di famiglia. Ho iniziato a fare le Scorze d’arancia candite solo qualche anno fa, quando una prozia carissima mi fece dono di arance del suo giardino. Erano ancora troppo aspre per poterle mangiare, ma avevano una buccia molto appetitosa, così ho pensato di di farla candita. Mi sono messo a cercare ricette sul web, nella sfiducia generale dei miei verso quella che pareva loro la mia ennesima follia culinaria.

Non ne ho trovata nessuna che mi abbia davvero soddisfatto in pieno, quindi, ne ho messa insieme una io, cogliendo fior da fiore da quelle che mi parevano le migliori, e affinandola con la pratica degli ultimi anni. Alla fine fare le Scorze d’arancia candite è diventata una recente tradizione dei giorni senza nome tra Natale e Capodanno. Se la famiglia non ti incoraggia, è sempre possibile fare di testa propria. Soprattutto se si tratta di vizi figli degli ozi.

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Scorze d’arancia candite

 Ricetta

Ingredienti

  •  Arance Non trattate. È importante perché se ne utilizza la buccia. Perciò cominciate a coltivarvi da settembre tutti i parenti, amici, vicini, conoscenti che sappiate avere in giardino alberi di arance a cui non fanno trattamenti. Ciò sarà molto vantaggioso: sarete carini col prossimo, cosa universalmente gradita, e lo sarete per uno scopo in fondo lodevole, come fare le Scorze d’arancia candite, che, secondo me, nella classifica dei secondi fini ha un bassissimo tasso di spregevolezza;
  • Zucchero semolato. La quantità dipende da quella delle arance, si veda dopo alla Preparazione;
  • Cannella in polvere (macinata da voi al momento. Non comprate quella già pronta, e fatevi passare la tentazione di usarla per fare prima, adesso e in futuro);
  • Cioccolato fondente.

 Preparazione

  • Con un coltello affilato sbucciate le arance senza eliminare la parte bianca. Tagliate la buccia facendone delle strisce non troppo sottili, io le faccio in genere nella forma dei meridiani.

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  • Mettete le bucce così tagliate in una pentola, copritele d’acqua fredda e ponetele sul fuoco. Portate ad ebollizione, attendete 2 minuti, spegnete e scolate. Ripetete l’operazione per 3 volte.
  • Dopo aver sbollentato per la terza volta le scorze d’arancia, pesatele. Prendete una quantità di zucchero pari al peso delle  scorze.
  • Fate uno sciroppo sciogliendo lo zucchero nell’acqua (per ogni 100 grammi di zucchero serviranno 20/30 grammi di acqua).
  • Quando lo sciroppo è caldo versateci le bucce. Portate avanti la cottura su fuoco molto dolce, mescolando delicatissimamente fino al completo assorbimento dello zucchero (siate delicati perché altrimenti potreste rompere le scorze). Fate attenzione che non bruci: lo zucchero si deve assorbire, ma non deve caramellare, quindi, state volpegni (molto accorti, un mio cugino diceva così e a me piace citarlo).
  • Raccogliete e distendete le scorze d’arancia su un vassoio che avrete foderato di carta forno o carta oleata.

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  • In una ciotola mescolate lo zucchero con la cannella in polvere (macinata da voi!) e tuffateci le scorze d’arancia quando sono ancora umide.

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  • Avrete fatto raffreddare le scorze d’arancia per alcune ore. Adesso è il momento di preparare la copertura.

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  • Sciogliete a bagnomaria il cioccolato fondente con un po’ di rum e un goccio di latte, ma proprio un goccio. Se siete degli esteti ingordi aggiungerete una noce di burro. Dico ‘esteti ingordi’, perché, oltre ad arricchirne il gusto, il burro rende il cioccolato lucido e splendente. Io non ne ho messo. Mi sento sia esteta sia ingordo, ma dopo la tregenda bongustaia delle passate feste, ho voluto fare un gesto, minimo, di compunzione gastronomica.

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  • Immergete una una (abruzzese per ‘una ad una’) le Scorze d’arancia candite nel cioccolato fuso, adagiatele su una guantiera (vassoio, per chi non sa ancora l’Abruzzese ed è ansioso di apprenderlo), e mettetele a raffreddare in un luogo fresco e arieggiato. Io le ho messe in terrazza, sullo stendibiancheria di mia madre (che ha protestato, dicendo che non era il caso di fotografarlo).

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Occorrerà un giorno prima che siano pronte. Non ci sono che due possibilità: 1) mangiarle come dopocena nelle sere in cui volete stare ‘leggieri’; 2) riporli in un barattolo, e aspettare giorni più propizi, quando le festività saranno lontane. Le mie scorze d’arancia candite raramente arrivano all’Epifania.

Nel frattempo, con la polpa d’arancia rimasta ho fatto una marmellata, ma questa storia ve la racconterò un’altra volta.

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E giacché c’ero, durante la preparazione, mi sono concesso i torroni di Guardiagrele.

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Ah, l’ozio, ah, i vizi!

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Ah, i torroni della Guardia, che sono uno degli charmes delle feste!!!

i tuoi Occhi son Dolci

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L’ultima volta che ho mangiato gli Occhi di santa Lucia dovevo avere sette o otto anni al massimo. Al ritorno dalla scuola mia nonna mi aveva sorpreso con questi biscotti. Era il 13 dicembre, il giorno di santa Lucia, appunto, ed era un periodo in cui in casa non c’erano mai dolci, se non la domenica.  Ce ne sarebbero stati, e tanti, di lì a qualche settimana, ma  il 13 dicembre lo sentivo ancora così lontano dai dolci natalizi che gli Occhi di santa Lucia mi devono essere sembrati  figli di un miracolo. Tant’è che mi ricordo ancora benissimo di quel giorno e di quella sorpresa.

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Non credo di averli più rimangiati da allora. O, forse, la memoria ha costruito questo mito, perché così il ricordo si autonobilitasse assumendo contorni proustiani d’accatto, chissà. Ad ogni buon conto (schiocco di lingua), qualche giorno fa mi è venuta voglia di rifare e riassaggiare quei biscotti.

La ricetta non ce l’avevo; e non ci avevo manco voglia di cercarla né in internet né nei libri di cucina. Quindi, ho deciso di inventarmeli, gli Occhi di santa Lucia, modificando allo scopo una delle mie paste-base per i dolci. Non ho ri-assaggiato alcunché, ma ho creato un nuovo biscotto sovrapponendolo a quello idealizzato dal ricordo. Ecco come ho fatto:

Ingredienti

  • circa 400 gr di farina per dolci (io uso la ‘0’);
  • 4 cucchiai rasi di zucchero di canna grezzo;
  • 2 uova (se molto piccole anche 3 o 4);
  • 1 uovo per la glassatura;
  • 6 cucchiai di olio d’oliva extravergine;
  • ½ bicchiere di vino bianco;
  • la buccia grattugiata di un’arancia e di un limone;
  • semi di finocchio quanti ne volete (dunque, io non ne ho messi perché non ne avevo di decenti, e mi cospargo pubblicamente il capo di cenere per questo. Quelli del supermercato non sanno di niente. Se volete, metteteli pure, ma è inutile, sappiatelo)
  • uvetta o qualche chicco di caffè (spiegazione di questa alternativa a suo tempo);
  • zuccherini.

Preparazione

Impastate gli ingredienti facendo la fontana con la farina, dove romperete le uova, incorporando a poco a poco tutto il resto. Quando otterrete un impasto omogeneo, lo riporrete in frigo in una pellicola trasparente a riposare qualche ora (non siate frettolosi, il riposo migliora la qualità della pasta). Attenzione, questo impasto prevede poco olio. Se dovesse risultarvi troppo secco, il mio consiglio è di aggiungere un po’ di vino (poco, mi raccomando).

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Dividete la pasta e con le mani fare dei salsicciotti lunghi come quelli per gli gnocchi, più o meno dello spessore di un dito.

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Tagliate il salsicciotto alla lunghezza di 10 o massimo 15 centimentri, così:

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Arrotolate le due estremità in spirali opposte, e disponete su una ramina ricoperta di carta forno, o, per quelli all’antica, unta e infarinata. La ramina, per chi non lo sapesse ancora, è in abruzzese la ‘placca da forno’. Trattandosi di biscotti semplici e legati alla tradizione, ‘placca da forno’ mi sembrava troppo urbano come termine (troppo ‘ciovile’, direbbe mia nonna).

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Continuerete fino ad esaurimento della pasta, o vostro, nel caso abbiate deciso di fare la dose intera.

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Rompete un uovo in una tazza, e sbattetelo aiutandovi con una forchetta o una frusta. Con un pennello da cucina distribuite l’uovo sugli Occhi di santa Lucia. Se alcuni di voi non ci avessero il pennello da cucina, sarebbe meglio per loro astenersi da questa operazione. Potrebbe venirvi la tentazione malauguratissima di usare altri attrezzi allo scopo, che so? un cucchiaio, un cucchiaino o, se siete dei grezzi impenitenti, le dita. Lasciate perdere! Si fanno solo dei macelli omerici. Piuttosto la prossima volta che vi capita compratevi il pennello da cucina. Punto.

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Guarnite (non vedevo l’ora di usare questo verbo!!!) la superificie con zuccherini, e ponete al centro delle spirali un chicco di uvetta, o un chicco di caffè, così gli Occhi di santa Lucia, risulteranno più ‘realistici’. Qui bisogna fare una pausa di riflessione.

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Diciamocelo, tutta ‘sta storia degli Occhi di santa Lucia ha il retrogusto inquietante di una pratica sadica (se penso che questi me li dava mia nonna pensando di farmi partecipare ad una pratica devota…). Le tradizioni gastronomiche nazionali ne sono a dir poco imbevute. Se con questa sottolineatura realistica degli occhi vi impressionate perché temete di somigliare ai protagonisti di un romanzo di Stephen King, non ci mettete niente sulle spirali, e date un altro nome ai biscotti (che so? Spiraline amorose, Riccioli di Cupido e così via).

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Cuocete in forno a 180° per una ventina di minuti, fino a quando non assumono un bel colore dorato.

Dunque, l’alternativa uvetta/chicchi di caffè si deve al fatto che, se non siete dei mastri fornai esperti, facilmente brucerete l’uvetta, e quindi vi conviene stare sul chicco di caffè. Io stavolta ho bruciato l’uvetta, e infatti vedete che nelle foto non tutti gli Occhi ci hanno la loro pupilla. Mannaggiallamiseria!

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Fateli raffreddare o anche solo intiepidire e pappateveli in allegria. Sì, potete mangiarli anche subito, questi non sono mica come gli Spekulatius che devono far assestare il sapore. Gli Occhi di santa Lucia si mangiano anche appena tiepidi. Lo charme di questi dolcetti è la consistenza morbida che ricorda certi pani fatti in casa. Se siete dei Sibariti, come me, accompagnerete con del buon marsala o altro vino dolce, canticchiandovi L’indifferente